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di Antonio Vacca

Gli auguri di Natale il “Sociale” di Battipaglia li ha fatti affidandosi all’ilarità ed inscenando La Zeza (coniuge del più noto Pulcinella) testo di Dora Liguori, intellettuale romana d’adozione ma con origini provinciali nostrane – Contursi – che, presente in sala, ha firmato  pure la regia. E ce ne voleva perché – il teatro legge se stesso – la trama verte su una macchiettistica Compagnia attoriale napoletana (ma come sovente, con apporto hinterland) che vive la sua storia snocciolando le tradizionali vicissitudini di Pulecenella il quale campa di stenti, fame atavica, incubi coniugali e speranza: soprattutto di ‘maritare’ la figlia, Zezella naturalmente, non più primaverile negli anni e svampita, a dir meno, da cotanti genitori.

E però in questa allegra farsa sospesa un po’ magicamente fra realtà e rappresentazione, avviene il miracolo: che la ragazza (ad essere ottimisti) trovi due corteggiatori: un prestante musicista che le offre lezioni canore – ma ha il secondo fine di svaligiare un vicino di casa benestante – e quest’ultimo stesso, Don Cacollo, proprietario immobiliare (e non solo) che vestirebbe d’oro Zezella, pur di averla, ed il cui amore non si arrende alle inconsapevoli metafore licenziose scatenate da papà Pulcinella che crede il ricco pretendente interessato alla sua povera abitazione più che all’ambìta progenie: un quarto d’ora di (e) qui pro quo da urlo. Recitazione piuttosto compatta, cinematograficamente si direbbe ben montata, dove spicca il patron del Giuffré, Vito Cesaro che dà alla maschera partenopea per eccellenza la misurata luce, sempre in bilico fra amarezza e sguaiataggine.

la zeza teatro giuffrè antonio vacca Gli sta degnamente al fianco lo storico sodale Claudio Lardo (altro ‘salernitano’) che da consuetudine del tempo (siamo nel Diciassettesimo secolo) veste panni femminei, appunto quelli della Zeza. Enrica Mari fa Zezella come ci s’aspetta ma dà la stura alla sua ugola lirica molto apprezzata dalla platea: e naturalmente evocata dal bel maestro ispanico, Don Diego, cui Marco De Simone conferisce tratti eleganti e buona favella; col valore aggiunto della chitarra ‘live’. Il parruccone agiato ed invaghito lo fa Eduardo Di Lorenzo che continua la buona lena in questo vivaio del Giuffré: ormai aduso nell’interpretare caratteri non protagonisti, e mai secondari, come un solido centrocampista di sostegno. Integrano la squadra Assunta Nigro, Donna Teresilla, l’amica di casa petulante ed un pizzico impicciona, e Christian Salicone, già visto su queste tavole, che termina fra le salsicce dell’ameno finale ma prevalentemente fa il disturbatore, colui che placa le sbruffonate dei comici: passa la serata fuori campo e, al momento, disturba bene.

A completamento? Beh, il Seicento spagnoleggiante che fa da sfondo al quadretto d’una Napoli col fascino da Capitale e le angustie da Vicereame. E la scena, manco a dirlo, attualizza: da Carosone a ‘Vibo Valencia’(!), sul tavolino c’è la foto del nonno (come in pieno Novecento…) e ci s’inventa un certo Diego Armando d’Aragona. Insomma (far) ridere, una delle funzioni sociali del teatro. Oramai particolarmente smozzicata dalla realtà: all’uscita dal Giuffré ritroviamo le luci intermittenti d’un Natale virale: direbbe il cantore, quale allegria…