Tra risate, provocazioni e spunti di riflessione, lo show dell’artista nel capoluogo è stato un successone

Sabato 9 febbraio, alla Sala Pasolini, si è esibito per la prima volta a Salerno Giorgio Montanini, comico di spicco della stand up comedy italiana.

Ad aprire la serata il giovanissimo Flavio Verdino, che insieme ad un gruppo ristretto gestisce un laboratorio di comedian che fa capo al Kestè di Napoli, locale attivo da ormai vent’anni.

L’Italia, si sa, è un paese particolare, un paese in cui, se si vuole far ridere, bisogna farlo senza troppo disturbare, perché, chi assiste ad uno spettacolo, spesso lo fa come riempitivo di una giornata o come appendice di una settimana di merda.

Assistere ad uno spettacolo di Montanini, però, non è propriamente come andare al cinema o a mangiare una pizza con gli amici, anche se dal cinema si dovrebbe trarre spunto, perché al cinema, di regola, si sta in silenzio.

Montanini è un comedian ormai navigato, e sa, anche per tenere meglio il tempo, che ogni tanto è bene rompere la quarta parete, per un maggiore dinamismo, e fare un sorso di birra per riprendere fiato.

Se un estimatore va a vedere il comico marchigiano, sa che passerà una serata diversa dalle altre; se, invece, di lui non si sa un bel niente, allora lo spettacolo sarà sorprendente.

Uno spettacolo greatest hits 

Montanini precisa da subito di essersi preso una pausa dalla scrittura, che non sta scrivendo semplicemente perché in questo momento storico non gli va, per cui ha deciso di fare come Vasco Rossi e di proporre, nei suoi circa ottanta minuti di spettacolo tiratissimo senza pausa, quelle che per Vasco sono Albachiara e Vita spericolata, cioè medley di suoi vecchi classici, monologhi in pillole legati l’uno all’altro dal filo rosso della sua sregolatezza.

Ce n’è per tutti: musicisti di cover band che Giorgio definisce «parassiti dell’arte», perché «se fai il dentista durante il giorno non puoi sfogare le tue frustrazioni di sera suonando la chitarra nei locali, perché i fabbri nel medioevo dopo dieci ore di lavoro non andavano poi a suonare l’arpa in piazza riproducendo le musiche di Paolo Aretino; perché gli artisti si sono sempre morti di fame, ed è giusto che sia così».

Oppure gli omofobi, i consapevoli ma anche gli ignari, coloro che lo sono ma non lo sanno; e le donne, spesso «più maschiliste dell’uomo ma anch’esse ignare perché hanno assorbito la cultura millenaria dell’uomo senza accorgersene». E poi «perché avercela tanto con gli omosessuali? Non fanno mica come i testimoni di Geova che si presentano alla porta cercando di convertire alla sodomia?»

Ribaltare il politically correct

Le leggi, le convenzioni, dicono cosa si può e cosa non si può fare e spiegano «che uccidere è reato, perché siamo talmente stupidi che c’è bisogno di creare una legge per saperlo». Montanini ricorda che andare a letto coi minorenni non si può, ma poi si ricorda il nome della sala in cui ci si ritrova: Pier Paolo Pasolini.

E ancora san Francesco, il santo amato da tutti, «forse perché più matto degli altri». E Padre Pio, ovviamente, «che si è impossessato del diavolo facendogli parlare il dialetto beneventano: il santo con le stimmate, ma forse era psoriasi».

Montanini è uno che a Fermo, suo luogo di nascita e di residenza, ha fatto sì e no mezza serata, mentre al Brancaccio di Roma ne fa cinque di seguito, tutte sold out. Guido Davico Bonino è stato tra i maggiori critici in Italia e al tempo definì Carmelo Bene modesto e pacchiano, truccato con una frangetta da parrucchiere di borgata.

Perché l’Italia è anche questo, sputare, quando lo ci si ritrova di fronte, sul genio, la cui unica colpa probabilmente è quella di rispondere alle critiche, anche quando sono sterili e fuori luogo.

Gli spettacoli di Montanini sono un calcio nello stomaco, accasciano e spezzano il respiro e provocano rabbia in chi li ascolta, perché qualcuno potrebbe seriamente cominciare a riflettere, a farsi domande, e pensare che forse la maggior parte delle scelte prese nell’arco della nostra vita sono sbagliate.

Un monologo che non cerca elogi

E allora la quarta parete viene meno e arriva addirittura il contatto, perché ci si dimentica che quello a cui si assiste è un monologo, non un comizio, che Montanini è reale e dei consensi se ne cura poco, anzi sembra quasi diffidarne se il rischio, poi, è di essere scaricati all’angolo, alla vista di una macchina della polizia.

Il pubblico ha reagito perlopiù bene, a parte qualcuno che forse avrebbe fatto meglio ad andare a mangiare una pizza, qualcuno che ha osato spezzare l’esibizione e che, come ha ammesso dietro le quinte lo stesso Montanini, senza averne coscienza ha contribuito a rendere lo spettacolo ancora più travolgente.