Da Battipaglia a Paestum uniti nella lotta

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Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di nascere vicino al mare, vicino a Paestum sperimentano la sua influenza sulla propria vita.
Assaggiano questo scenario di miti greci, di passeggiate al mare, di sabbia che plasma il paesaggio, di promontori che rievocano mostri marini.
Riconoscono quel richiamo fatto di andate e ritorni su treni lenti, su strade trafficate, di cucine e madri che imbandiscono le tavole, di condimenti e di fette di pane in mezzo al sugo, di gradini all’ombra di davanzali sui quali accovacciarsi, di terrazzi assolati che guardano verso l’orizzonte terso.
Nascere qui è questo lessico da Sud e può raccontare la presenza della bellezza, di questo lirismo che avvolge e al contempo raccontare l’assenza di opportunità, di possibilità, di ambizione.
In questo Sud tutto sembra frontiera e la frontiera di fatto è sempre un’eterna messa alla prova: quanto ci si sente isola Quanto si è disposti ad attraversare e farsi attraversare dal mare?
Ognuno di noi in questo lessico riconosce i riti arcaici, la litanìa: la misura dei rapporti con i propri familiari, con gli anni della formazione e poi, immancabilmente il confronto con quello che oltre due millenni fa è stato fatto, l’imponenza dei templi, la cultura classica, il mito della morte come viaggio, Nettuno che incute timore al mare per placarne le onde e poi il resto, la strada che taglia in due il Parco, le ville con i loro arbusti, le statue votive che benedicono i fedeli, l’incuria, il degrado, la piccola miseria di paese.
Nascere qui è come stare in un singhiozzo dimesso.
C’è l’opportunità da cogliere ma anche l’avidità rapace e ignorante, c’e il piacere di vivere in un luogo incantevole e c’è il dolore per un terra spesso umiliata e il dolore a volte occupa tutto, ogni vuoto, senza lasciare spazio alcuno alla speranza.
In questo Sud si accendono lampi di rabbia che riecheggiano nell’anima e che sono il tentativo di aggrapparsi a ciò che resta, senza cercare alibi o giustificazioni.
Il singhiozzo allora diventa incontrollabile, vertiginoso, c’è un istante di voragine, e i ricordi d’infanzia e di bellezza vissuta devono lasciare il passo alla lotta.
La rabbia deve essere veicolata e merita di essere ascoltata mettendo al bando la fatalità della vita alla quale non possiamo porre rimedio.
In questi sentimenti occorre percepire le ombre profonde che questa nostra luce assolata e accecante può generare.
Occorre buttarsi in questa mischia furiosa di lotta affinché qualcosa cambi.
Per motivi differenti a Paestum e Battipaglia, umiliate come non mai in questi ultimi mesi dall’avidità della camorra e da imprenditori senza scrupoli, sembra si stia generando un movimento nuovo. Un movimento civico, dal basso, di tanti cittadini esasperati per i giusti motivi.
Ora, rimanere affianco a chi ha deciso di lottare, anche se non si ha proprio ardimento, è fondamentale, perché una cosa gli antichi greci ci hanno insegnato: le vittorie e le sconfitte non sono il metro del successo, chi vince è chi decide la sua vita, la sua misura sarà sempre grande perché sarà quella della sua felicità.
Si può essere felici lottando, si può essere felici rivoluzionando il proprio destino, perché non c’è sconfitta peggiore di allinearsi e non desiderare più, in nome di una indolente tranquillità che ci porta a non cambiare nulla.
Lottare e rimanere vicini a chi lotta. Sempre.