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Questo articolo parla di diossine. Gli esperti del settore perdoneranno le semplificazioni e le ridondanze, ma si tratta di una trattazione divulgativa. I lettori perdoneranno alcuni termini troppo specifici, ma servono per entrare nel discorso e, laddove sia necessario, dare uno spunto per approfondire. Lo scopo di queste righe, infatti, è informare, perché il substrato di ogni miglioramento del nostro contesto sociale è la conoscenza. Ogni uomo di scienza, sia esso un ingegnere, un chimico, un fisico od un medico, ha il dovere di spiegare la realtà affinché essa possa cambiare. Diceva Ippocrate: «Esistono solamente due cose: la scienza e le opinioni; la prima genera conoscenza, le seconde ignoranza»

COSA SONO LE DIOSSINE

La parola “diossine” ha sicuramente un retrogusto ieratico, ovvero religioso, dato che inizia con “Dio”. In realtà il prefisso è di-, il quale segnala la presenza di due atomi di ossigeno. Le diossine sono un gruppo di 210 composti formati da ossigeno, idrogeno, carbonio e cloro. Le diossine in senso stretto sono le policlorodibenzodiossine o dibenzo-p-diossine, indicate dalla sigla PCDD. Accanto ad esse troviamo i furani, precisamente policlorodibenzofurani o dibenzo-p-furani, indicati dalla sigla PCDF. Queste due famiglie di composti, diossine (75 specie) e furani (135 specie) hanno caratteristiche affini e pertanto, per semplicità, vengono poste sotto il nome unico di diossine. Le specie di diossine che ci preoccupano sono 17. In genere, alle diossine vengono accomunati i PCB, ovvero gli ipoliclorobifenili, a causa della identica tossicità.

Sui manuali di chimica si legge che le diossine sono formate da due anelli aromatici. Il termine potrebbe farvi tornare alla mente le graffe di via Chiaia, invece esso si riferisce al tipo di composto, definito aromatico per la particolare conformazione molecolare. L’aggettivo aromatico venne usato, all’epoca, a causa degli odori molto forti che si avvertivano, e infatti il primo composto studiato con queste caratteristiche fu il benzene, il quale, sì, ha a che fare con la benzina.

La regina delle diossine è la 2,3,7,8-tetraclorodibenzodiossina, abbreviata in TCDD, considerata una delle sostanze prodotte dall’uomo più pericolose in assoluto, essa è spesso indicata con il termine “diossina”, al singolare, tipo laurea honoris causa in tossicità.

Da ora useremo il termine diossine in maniera generica.

TOSSICITÀ DELLE DIOSSINE

Le diossine sono orgogliosamente presenti nell’elenco dei POP (persistent organic pollutants) della “Stockholm Convention”, un accordo mondiale sulla riduzione dell’inquinamento.

La tossicità delle diossine è causata dalla sostituzione di uno o più atomi di idrogeno con atomi di cloro durante i processi di combustione. Quindi per capire cosa tenere d’occhio, dobbiamo prestare attenzione a qualsiasi processo (lecito o illecito) che preveda il bruciare materiali contenenti cloro.

  • Le diossine resistono al calore, sono insolubili in acqua e non conoscono degradazione chimica e biologica. Tradotto: è praticamente impossibile sbarazzarsi delle diossine.
  • Nel suolo si legano al carbonio organico e non si muovono. Se situate in profondità la loro emivita può arrivare a 100 anni, 15 se in superficie. L’emivita è definita come il tempo necessario per eliminare il 50% delle diossine accumulate.
  • L’acqua è un’ottima via di diffusione, così come le correnti atmosferiche, quindi si diffondono facilmente anche a chilometri di distanza dalle fonti.
  • Le diossine finiscono nel nostro citoplasma cellulare, andosi a legare con il recettore AhR (Aryl Hydrocarbon Receptor), provocando problemi a livello di divisione cellulare e a livello ormonale (tiroide in particolare). In sintesi: la diossina agisce a livello del DNA, provocando il cancro.

LE ANALISI SULLE DIOSSINE

Per valutare la tossicità delle varie specie di diossine, si usa un parametro che ne quantifica la concentrazione in grado di fare i medesimi danni della tetraclorodibenzodiossina, la quale, come detto, è la più dannosa. La domanda alla quale rispondono le analisi è la seguente: la concentrazione di diossine che sto analizzando, a quanti grammi di 2,3,7,8-TCDD equivale in termini di tossicità? Questo parametro si chiama TEQ. Quando vengono fornite le analisi dopo un incidente od un incendio, troverete i valori di I-TEQ, dove la I sta per International. La sigla WHO-TEQ invece si riferisce agli standard valutativi della “Organizzazione Mondiale della Sanità” (in inglese, World Healt Organization): sono leggermente diversi, ma il concetto è lo stesso. Stiamo parlando di particelle estremamente piccole, non fatevi gabbare dalle unità di misura quando leggete le tabelle dell’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale). Quando trovate:

  • µg, microgrammi, significa che stiamo parlando di un milionesimo di grammo
  • ng, nanogrammi, significa che stiamo parlando di un miliardesimo di grammo
  • pg, picogrammi, significa che stiamo parlando di un milionesimo di milionesimo di grammo, mille volte più piccolo del nanogrammo
  • fg, femtogrammi, significa che stiamo parlando di un milionesimo di miliardesimo, cioè mille volte più piccolo del picogrammo

Prendete un righello e osservate un millimetro. Ebbene, per ottenere un nanometro dovete prendere quel millimetro e dividerlo un milione di volte. Nelle analisi dell’ARPA trovate pg/Nm3, quindi vi stanno dicendo quale è la I-TEQ di diossine rilevate in un certo sito (ad esempio: zona industriale di Battipaglia), esprimendo questa concentrazione in milionesimi di milionesimi di grammo in un metro cubo d’aria. La N indica che le analisi sono avvenute in condizioni normali (cioè a una certa temperatura e a una certa pressione).

Il monitoraggio dei PM10 (cioè delle minuscole particelle presenti nell’aria e tossiche per il nostro organismo) non prevede dati particolari sulle diossine: quando serve, i vari enti preposti provvedono ad analisi specifiche. Il “limite dei PM10 per la protezione della salute umana” non deve essere superato più di 35 volte all’anno (DM 60/02), quindi se esso è stato superato solamente (per esempio) 15 volte, si suppone un impatto medio degli inquinanti non problematico per la salute. Tuttavia, chiariamolo senza indugi, queste considerazioni NON riguardano il monitoraggio specifico delle diossine.

DA DOVE VENGONO LE DIOSSINE

Le diossine sono un prodotto non desiderato di due azioni: processi chimici industriali e processi di combustione nei quali il protagonista è il cloro. Il cloro è esattamente lo stesso elemento utilizzato nelle piscine, dove vengono sfruttate le sue proprietà di disinfettante. Qui, invece, entra in gioco in maniera completamente diversa.

Due concetti devono, dunque, essere chiari e fissati nella nostra mente:

  1. Le diossine si formano bruciando prodotti al di sopra dei 250 gradi.
  2. Le diossine si formano bruciando prodotti in cui è presente del cloro.

Ecco un elenco di alcuni prodotti che, bruciati, rilasciano diossine:

  • Legno
  • Prodotti tessili
  • Prodotti in pelle
  • Prodotti elettrici ed elettronici
  • Materie plastiche 
  • Gomme

Le industrie

Il settore industriale, inteso in senso proprio, determina quasi il 70% delle emissioni. Ciò avviene a causa della presenza di caldaie, motori, forni industriali e a causa dei vari processi di produzione, i quali agiscono in maniera diretta nella diffusione delle diossine. Inoltre i prodotti industriali finiti agiscono in maniera indiretta, essendo delle riserve di diossine.

Ecco i settori implicati:

  • l’industria dell’acciaio (vedi ILVA di Taranto)
  • impianti dove si fondono metalli non ferrosi (piombo e rame ad esempio)
  • qualsiasi impianto alimentato con combustibile fossile (cioè carbone, petrolio e gas naturale) lavorazione della carta
  • lavorazione del legno
  • produzione metallurgica
  • produzione di diserbanti e pesticidi
  • produzione di plastica
  • produzione di vernici

Chi lavora in questi settori, fa parte di una categoria particolarmente a rischio ed esistono apposite normative. Abitare nei pressi di tali aziende è un fattore di rischio oggettivo. Il fatto che le aziende siano a norma o vengano controllate periodicamente non esclude la possibilità di problemi tecnici o comportamenti illeciti nello smaltire i rifiuti, facendo un esempio del tutto casuale. Non sono considerazioni personali: sono dati statistici. Abbiamo citato l’ILVA di Taranto. Ebbene, la diossina a Taranto è passata da 0,77 picogrammi a 7,06 in 10 anni (2008-2018, fonte ARPA Puglia).

Smaltimento dei rifiuti

I citati prodotti industriali finiscono in discariche, legali o illegali, oppure in inceneritori, oppure vengono interrati. Lo smaltimento dei rifiuti rappresenta quasi il 15% delle cause di diffusione delle diossine. I sistemi moderni di gestione della spazzatura hanno notevolmente migliorato la situazione, tuttavia il problema non è (solo) la valutazione dell’efficienza delle aziende, le quali sono sottoposte a controlli legali e scientifici. Ribadiamolo: il guaio è tenere sotto controllo lo smaltimento illegale e gli incidenti. Negli incendi di rifiuti (ma anche di edifici) la quasi certa presenza del rame facilita il processo di formazione di diossine, essendone il rame un catalizzatore.

Altre fonti

Gli impianti agricoli e residenziali che prevedono combustioni generano diossine. Il traffico automobilistico è esso stesso una fonte diretta, anche se con l’utilizzo di carburanti senza piombo la pericolosità è stata ridotta di un fattore 13. Il contributo di queste voci, sommate, si assesta intorno al 10%. Finanche il fumo di sigaretta contiene piccole quantità di diossine. Fonti naturali di diossine sono le eruzioni vulcaniche ma anche gli incendi boschivi.

DIOSSINE NELL’ARIA

Nube tossica. È questo che ci viene in mente quando pensiamo alle emissioni di diossine. Badiamo, in sostanza, alle diossine che respiriamo. Il che ha perfettamento senso, tuttavia il problema è molto più complesso.

Le diossine nell’atmosfera sono presenti sia sotto forma di gas, sia sotto forma di particelle (particolato). Due sono i problemi da studiare:

  • Contatto diretto con le diossine presenti nell’aria (quando respiriamo le diossine).
  • Deposizione su suolo, vegetazione e superfici acquatiche.

Le diossine vengono rimosse dalla atmosfera nei seguenti modi:

  1. Con la pioggia (“deposizione umida”).
  2. Le particelle presenti nell’aria semplicemente cadono al suolo.
  3. Le diossine presenti come gas vengono assorbite dalla vegetazione.

Non basta evitare di respirare aria inquinata ovvero restare a debita distanza da un incendio. Solamente il 5% delle diossine che assorbiamo a livello giornaliero proviene direttamente dall’aria. De facto, non esiste una norma precisa sulla presenza delle diossine nell’aria proprio a causa di questa bassa percentuale. Attenzione, cerchiamo di non confondere le cose: l’OMS fa un ragionamento statistico, dal quale si deduce che la maggior parte delle diossine viene immagazzinata tramite il cibo, ma ciò non significa che non dobbiamo preoccuparci dell’aria, è esattamente il contrario! Non solo il problema esiste durante l’emissione diretta delle diossine, cioè durante gli incendi, ma anche dopo che essi si sono esauriti. Le diossine non scompaiono con lo spegnimento degli incendi, esse albergano nelle carni sulle nostra tavole, nel latte, nelle mozzarelle.

Il Länderausschusses für Immissionsschutz (LAI), cioè il “Comitato federale per il controllo dell’inquinamento” della Germania, ha proposto un limite di 0,15 pg WHO-TEQ/m³. Facciamo alcuni confronti: i valori medi annuali a Taranto (presenza dell’ILVA) nel 2006 erano di 0.023pg I-TEQ/m³; a Brescia (presenza di un inceneritore) 0,015pgI-TEQ/m³.

A Battipaglia, le rilevazioni ARPA post incendio della MGM (attenzione: NON i valori medi annuali, ma i valori rilevati a poche ore dal fenomeno) hanno fornito un valore totale di 0.3393pgI-TEQ/m³. Controllate voi stessi sul sito, qui il link diretto alle analisi. Più del doppio del valore limite, 15 volte il valore medio respirato nella zona dell’ILVA, più di 20 volte il valore medio respirato nei pressi dell’inceneritore di Brescia.

L’OMS suggerisce 0,3 pgTEQ/m3 come limite dopo il quale sia necessario indagare. Interessante è sapere che più piove, meno diossine restano nell’aria (le quali, ripetiamolo ancora, non scompaiono: vanno a finire nel cibo!). Per capire quale peso abbiano queste statistiche, possiamo fare un confronto con le risultanze del fondo urbano di Roma: 0,065pgWHO-TEQ/m3 (analisi del 2005). A Londra nel 2010 si è arrivati a 0,108.

Attenzione: tutte le raccomandazioni fanno riferimento alla esposizione prolungata (un anno almeno), non all’evento singolo. Altrettanto ovviamente il ripetersi dei fenomeni è un fattore di rischio enorme: è la somma che fa il totale (Totò docet).

DIOSSINE E RIFIUTI

Cosa accade quando rifiuti di diversa natura vengono bruciati in maniera non controllata oppure c’è un incidente industriale? 

Rispondiamo a questo quesito in maniera schematica, segnalando la dose di diossine che ci becchiamo, caso per caso:

  • Incendio di rifiuti non controllato: da 9µgWHO-TEQ/tonnellata a 6655µgWHO-TEQ/tonnellata, dove il µg indica un milionesimo di grammo. Il valore cresce in maniera esponenziale con la percentuale di PVC presente tra i rifiuti. Il rame funge da catalizzatore del processo di formazione delle diossine, ergo la sua presenza fa aumentare notevolmente l’emissione. Studi su incendi di discariche hanno fornito valori medi di 1000µgWHO-TEQ/tonnellata.
  • Incendio di automobile moderna in una galleria: 44µgWHO-TEQ/tonnellata
  • Incendio di un cavo elettrico: 1000µgWHO-TEQ/tonnellata.
  • Combustione a 500° di prodotti chimici PCP: 740000µgWHO-TEQ/tonnellata di pentachlorophenol (un pesticida).
  • Incendio PVC uso agricolo: 6600 µgWHO-TEQ/tonnellata
  • Incendio domestico medio: 83µgWHO-TEQ/tonnellata
  • Incendio industriale medio: 500µgWHO-TEQ/tonnellata

INTERPRETAZIONE DEI VALORI

  1. Battipaglia ha una superficie di 56,85 km² cioè 56.850.000m². Supponiamo di considerare tutta l’aria a disposizione fino ai 300 metri di altezza (la quale è poi l’altezza della torre Eiffel): stiamo parlando di un volume approssimativo di 17.055.000.000m3, 17 miliardi di metri cubici.
  2. Prendiamo il valore limite sopportabile di diossine secondo la LAI: 0,15pgWHO-TEQ ogni m3. Nel nostro volume di interesse il limite di sicurezza totale risulta pari a 2.558.250.000pgWHO-TEQ, 2,5 miliardi di picogrammi, ovvero 0,0025 grammi: se in questo volume le diossine superano i 2,5 miliardi di picogrammi, la salute è messa a rischio.
  3. Supponiamo di bruciare una tonnellata di rifiuti generici in piazza Amendola: essi generano 1000µgWHO-TEQ, esattamente 1 miliardo di pg. Una tonnellata di rifiuti produce l’equivalente di 1 miliardo di pg di diossine, ovvero 0,001 grammi.
  4. Supponiamo che le diossine generate non fuggano dal volume di interesse: abbiamo 0,001 grammi di diossine in una zona dove possiamo sopportare 0,0025 grammi.
  5. Se ne deduce che possiamo bruciare fino a 2,5 tonnellate di rifiuti senza avere problemi.

Questa affermazione è vera o è falsa?

Non abbiamo considerato:

  • le correnti atmosferiche
  • le condizioni climatiche
  • la deposizione delle diossine e quindi l’immissione delle stesse nella catena alimentare (ci sono coltivazioni e allevamenti nella zona)

Abbiamo ipotizzato:

  • che l’aria non esca dal volume di interesse (cioè che le diossine non vadano oltre il nostro territorio)
  • una distribuzione omogenea delle diossine dentro al volume, senza badare a quale distanza dall’incendio i cittadini alberghino
  • una esposizione media alle diossine
  • un valore limite che parla del rischio spalmato su lunghi periodi, senza alcuna considerazione sulla fase acuta della combustione

E tante altre problematiche e approssimazioni.

Quindi:

  • Sì, la combustione di 2,5 tonnellate di rifiuti non inquina in maniera irreparabile l’aria di una zona ampia come l’intero territorio di Battipaglia, anche con le bislacche ipotesi di comodo che abbiamo fatto.
  • No, non possiamo bruciare 2,5 tonnellate di rifiuti in piazza Amendola sperando che ciò non abbia conseguenze. Le diossine prodotte non scompariranno una volta esaurito l’incendio. Le diossine prodotte investiranno i cittadini presenti nei pressi dell’incendio in maniera molto maggiore rispetto ai valori medi citati, per poi depositarsi e finire nel nostro cibo. E soprattutto la quantità di diossine generate potrebbe essere infinitamente maggiore, sia a causa della tipologia dei rifiuti (pensate ad un incendio di pneumatici, sempre facendo un esempio casuale), sia per la mole dei rifiuti bruciati.

GLI INCENERITORI

Abbiamo detto che le diossine si sprigionano bruciando certi tipi di materiali e dunque la domanda sorge spontanea: cosa combinano gli inceneritori? 

  • Durante l’incenerimento dei rifiuti è necessario tenere la temperatura il più costante possibile e soprattutto al di sopra degli 850°, in modo da diminuire la formazione delle diossine. Ripeto: diminuire, non annullare! Un inceneritore emette sempre e comunque diossine, particolato, e metalli. Tuttavia i nuovi inceneritori lo fanno in misura inferiore ai folli valori di vent’anni fa e rispetto agli attuali valori imposti come  limite di emissione. In venti anni (1985-2005) gli inceneritori di rifiuti solidi urbani sono passati dal produrre da 4000 a 232 grammi TEQ per anno, gli inceneritori di rifiuti ospedalieri da 2000 a 161, quelli di rifiuti industriali da 300 a 45. Le caldaie per riscaldamento, in proporzione, inquinano molto di più. Nel 2007 si parlava di valori medi misurati nell’aria di PCDD/F superiori a 100 fgI-TEQ/m3, nel 2015 a livelli inferiori di 20 fgI-TEQ/m3.
  • Gli inceneritori moderni si comportano come distruttori di diossine, con una riduzione del 20% circa delle diossine in ingresso. Il problema non è dunque teorico ma pratico: per poterli considerare compatibili con l’ambiente e la salute, gli impianti di incenerimento devono essere di ultima generazione, gestiti seguendo tutti i dettami scientifici e di legge ma soprattutto controllati. Essi inquinano senza dubbio o forse pensavate di poter far scomparire i rifiuti violentando qualsiasi legge fisica? 
  • Gli inceneritori NON risolvono il problema, limitano il problema, anche di molto se ben progettati e ben gestiti. Il famoso inceneritore di Copenaghen, quello con la pista da sci e il bar, NON produce solamente vapore acqueo e vi sconsiglio vivamente di farvi l’aerosol con i suoi fumi.
  • Facciamo un esempio. In base alla propria autocertificazione, l’inceneritore di Brescia A2A ha prodotto nel 2007, ogni giorno, mediamente, 21.589.000pgWHO-TEQ di diossine. Il limite di legge è (a) 0,1ngWHO-TEQ/m3 . Un moderno inceneritore produce (b) 200.000m3 di fumi all’ora (supponendo meno di 800 tonnellate di rifiuti trattati al giorno). Supponendo che lavori giusto al limite, esso emetterebbe quindi 480.000.000pgWHO-TEQ al giorno (ho semplicemente moltiplicato i m3 (b) per le 24 ore e per le emissioni limite (a) orarie). Dunque l’inceneritore di Brescia lavora ampiamente nei limiti ma di certo NON emette 0 diossine, tutt’altro.

Gli inceneritori (la parola “termovalorizzatore” è una battuta di cattivo gusto che NULLA ha a che fare con la scienza) sono semplicemente un compromesso, forse un buon compromesso. Come al solito dipende.

Il termovalorizzatore di Brescia

DIOSSINE E CIBO

Fatta salva la fase acuta del problema, cioè il periodo dell’incendio, durante il quale respiriamo in maniera diretta le diossine, il problema fondamentale è l’assunzione di cibo contaminato. Questo meccanismo ci regala il 95% delle diossine. 

Gli animali: il problema principale

Le diossine si depositano (deposizione atmosferica in fase vapore) sulle foglie delle piante, vengono ingerite dagli animali (pesci compresi ovviamente, seppure in maniera differente) e vengono immagazzinate nei loro grassi (carni e latte). Essendo il suolo una tipica matrice di accumulo, qualsiasi tipo di allevamento o pascolo è a rischio. Latte e latticini contaminati rappresentano il 37% circa, ma occhio a carni bovine e suine, per non parlare di polli e galline. Tra i prodotti ittici sono da citare salmone e aringhe.

Vegetali: un problema trascurabile

I prodotti di origine vegetale contribuiscono in piccola percentuale. Le piante assorbono poche diossine: la maggior parte di esse viene bloccata dal carbonio organico del suolo. La famiglia delle cucurbitacee (zucchine, zucche, ecc.), invece, riceve una percentuale preoccupante di diossine: esse rilasciano sostanze che bloccano le diossine in prossimità delle radici, radici che assorbono pienamente il tutto. Patate e carote sono interessati solo da un assorbimento superficiale da contatto: tolta la buccia, passata la paura.

La dieta mediterranea

Mangiare poca carne e pochi grassi è fondamentale per accumulare poche diossine. La dieta mediterranea risulta ideale. Nel 2000 in Belgio si assumevano 132,9 pg di diossine al giorno, in Italia 7pg, il che appare ovvio: in Italia si assumono parecchi carboidrati, molta verdura e molta frutta, tutti elementi poco contaminati da diossine. In Belgio l’alimentazione si basa quasi totalmente su cibi di origine animale.

Quante diossine possono assumere mediamente al giorno, alla settimana o in un mese senza avere problemi di salute?

La Organizzazione Mondiale della Sanità aveva fissato nel 1991 un valore limite di assunzione quotidiana di diossine pari a 10pg/Kg al giorno. Entro questo limite, il Tolerable Dail Intake (TDI) si supponeva l’assenza di effetti tossici. Questo valore limite fu poi notevolmente abbassato a causa di nuove evidenze scientifiche: 1-4pg/Kg al giorno. Nel 2018 la EFSA (l’associazione europea per la sicurezza sul cibo) ha riconsiderato tali valori. Parlando del DST (cioè la dose settimanale limite), gli esperti hanno proposto un limite di 2pg/Kg a settimana, più di 7 volte inferiore al limite precedente. Gli studi hanno evidenziato una diminuzione della qualità dello sperma, effetti nocivi sul sangue e chiara cancerosità. La OMS ha recentemente fornito un limite mensile pari a 70pg/Kg (PTMI, provisional tolerable monthly intake).

Questi limiti ci dicono quale quota di diossine può essere ingerita durante l’intero arco della nostra vita, fornendoci, per mera semplicità, dei valori puntuali (giornalieri, settimanali o mensili), ma attenzione: i limiti sono stati abbassati in maniera considerevole negli ultimi 30 anni, passando dai citati 10pg/Kg al giorno a 0,28pg/Kg.

L’ESEMPIO DELLE MOZZARELLE

  1. Per legge, il limite di diossine nei prodotti caseari è di 2,5pg ogni grammo di grasso. Come detto, i latticini sono grandi portatori di diossine, essendo composti al 25% (almeno) da grasso di provenienza animale, la naturale riserva delle diossine.
  2. Supponiamo di avere delle mozzarelle con presenza di diossine, in particolare supponiamo vi siano 5pgWHO-TEQ/g di grasso, cioè il doppio del limite legale, valore del tutto plausibile in base alle prime indagini del 2008 nel casertano.
  3. Andiamo a prendere il nostro classico mezzo chilo di bocconcini, composti, come detto, da circa il 25% di grasso. Avremo 125g contaminati, con un totale di 625pgWHO-TEQ.
  4. Supponiamo di adottare l’intervallo proposto dalla OMS e di metterci nel mezzo, cioè supponiamo un limite giornaliero di 2.5pgWHO-TEQ/Kg: un soggetto di 80Kg può assumere al massimo 200pgWHO-TEQ di diossine al giorno.
  5. Se il soggetto mangiasse mezzo chilo di bocconcini così inquinati ogni 4 giorni, si troverebbe a superare il limite segnalato già solamente con l’assunzione di questo alimento!
  6. Secondo il limite della EFSA, un soggetto di 80Kg può assumere massimo 160pgWHO-TEQ a settimana cioè 640 circa al mese.

Questo significa che il nostro mezzo chilo di bocconcini inquinati con 625pgWHO-TEQ farebbe sfiorare già da solo il limite mensile di sicurezza! 

DIOSSINE E PATOLOGIE

Quando si è esposti in maniera diretta a livelli elevati di diossine, per esempio subito dopo un incidente od un incendio, gli effetti sono gravi e sostanzialmente immediati:

  • Malattie della pelle: cloracne
  • Problemi al fegato
  • Alterazioni del metabolismo del glucosio

Esempi classici: Seveso (incidente del 1976) e guerra del Vietnam.

L’esposizione a dosi prolungata alle diossine, a dosi ovviamente più basse dell’esempio precedente, provoca:

 

  • Danni sia al sistema immunitario 
  • Danni alla tiroide endocrino
  • Interferire con l’equilibrio fisiologico degli ormoni tiroidei e steroidei
  • Effetti sullo sviluppo dei feti e dei neonati 
  • Tumore al tessuto linfatico
  • Leucemia
  • Linfomi non-Hodgkin
  • Tumore al seno
  • Tumore alla tiroide

L’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro IARC (in inglese, International Agency for Research on Cancer, IARC) classifica le diossine (ovviamente non tutte, ma quelle dannose) nel gruppo 1 tra gli elementi cancerogeni. Un problema gravissimo è l’accumulo delle diossine nel latte materno, per lo stesso meccanismo fino a ora descritto (i grassi).

Dobbiamo prendere confidenza col concetto di “bioaccumulo”: fenomeno di accumulo di una sostanza nociva nei tessuti degli organismi viventi. L’uomo assorbe diossine e le immagazzina nei grassi. Gli effetti delle diossine NON sono visibili a breve termine: come tutti i fattori di rischio che portano al cancro, la loro pericolosità si declina nel lungo termine. Pensate che l’emivita delle diossine nel nostro tessuto adiposo è compresa tra i 7 e gli 11 anni.

COME TUTELARSI

Cosa fare se abbiamo respirato diossine dopo, facendo un esempio del tutto casuale, un incendio di rifiuti?

  • Bere acqua e limone, perché in cotal guisa si producono enzimi che trasformano le tossine in qualcosa di solubile in acqua.
  • Mangiare mele, utili per l’azione drenante della pectina.
  • Assumere integratori antiossidanti (in farmacia, alcuni sono a base di olive e pomodori).
  • Assumere prodotti antiossidanti, come omega-3 e carotenoidi.

Più del 90% delle diossine proviene dal cibo. Come regolare l’alimentazione?

  • Diminuire i grassi animali dato che, come detto, le diossine vengono immagazzinate in essi.
  • Prestare attenzione a latte, burro, formaggi e latticini.
  • Diminuire il consumo di carni.
  • Mangiare molta verdura e molta frutta, visto che non assorbono diossine.
  • Evitare zucchine et simili.

A causa dell’accumulo delle diossine nei grassi, mantenere il proprio peso forma riduce i rischi.

Come faccio a capire la pericolosità dell’incendio?

Il colore del fumo: se nero, molto male! Si parla di “nerofumo” quando esso si forma a causa della presenza di plastica (leggi petrolio). Esso raggiunge facilmente la profondità dei bronchi e ha sicuramente una bella dose di diossine da regalarci in maniera diretta o indiretta.

A quale distanza posso ritenermi al sicuro?

Come detto, il problema diossine è legato soprattutto alla contaminazione del cibo. Tenendo conto che NON è possibile stabilire un raggio limite, a causa di vento, pioggia, percentuali nocive variabili, caratteristiche del terreno e così via, possiamo supporre l’esistenza di una area di rischio di almeno 10Km di diametro, a livello zootecnico.

Per evitare di inalare in maniera diretta i fumi nocivi, le mascherine commerciali non servono assolutamente a nulla. Premessa sempre la aleatorietà delle situazioni, possiamo rifarci a quanto stabilito dal Comune di Battipaglia nel già citato incidente alla MGM: finestre chiuse nel raggio di 1500 metri, divieto di manifestazioni all’aperto nel raggio di 1000 metri, evacuazione in un raggio di 250m, attesa delle analisi ARPA per la ripresa di coltivazioni e allevamenti. Le misure da adottare dipendono sempre dalla gravità dell’accaduto, da quante diossine si prevede possano essere liberate nell’aria. Dopo un certo periodo, le diossine si depositano e si passa dal problema inalazione al problema catena alimentare.

Associazioni
L’incendio della M.G.M. a Battipaglia

MORALE DELLA FAVOLA

Vi lascio con due letture dal passato, utili a capire la situazione nel presente. 

1982. In un articolo de “L’Unità” si parla dell’incidente di Seveso del 1976 (enorme rilascio di TCDD). L’azienda responsabile dichiara (a distanza di 6 anni dalla tragedia): «Non ci sono stati troppi danni alle persone». Bene. Nel 1991 il bilancio era il seguente: raddoppiati i tumori del pancreas, raddoppiati i tumori alla vescica, triplicate le leucemie, 30% in più dei tumori alla mammella, 50% di infertilità in più. Senza contare i danni diretti ed immediati.

1983. Il “New York Times” pubblica un articolo sulle diossine. Gli scienziati si affrettano a minimizzare i rischi. La posizione della American Chemical Society è: «Le diossine sono meno pericolose di quanto si pensi». Il Dr. Barnes dichiara: «[nel caso] qualcosa sarebbe saltato fuori già da tempo. Il pericolo è l’inalazione. Deposta al suolo perde di pericolosità». Bene. Più del 90% dei danni da diossine, come abbiamo visto, deriva dalla sua deposizione e non dalla inalazione umana. Nel 1997 la IARC ha inserito la diossina nella lista dei sicuri prodotti cancerogeni.

Bibliografia

(attualmente chiamato ISPRA)

Diossine Furani e PCB

REGOLAMENTO (UE) N. 1259/2011 DELLA COMMISSIONE del 2 dicembre 2011

“Le emissioni degli inceneritori di ultima generazione Analisi dell’impianto del Frullo di Bologna” (Quaderni di Moniter)

  • Ingegneria dell’Ambiente Vol. 4 n. 1/2017

“Inceneritori e diossina: evoluzione dei sistemi di abbattimento e di monitoraggio delle emissioni”

https://www.ingegneriadellambiente.net/vol4_n1/744-3311-1-PB.pdf

“Buone pratiche di veterinaria preventiva”  

“Relazione sullo stato dell’ambiente in Campania 2009”

“Diossine, furani e policlorobifenili: indagine ambientale nella Regione Campania”

“Dioxins and their effects on human health”

“Air Quality Guidelines for Europe”

“Linee Guida”

“Ricerca Diossine e PCB” 

“Toolkit for Identification and Quantification of Releases of Dioxins, Furans and Other Unintentional POPs, under Article 5 of the Stockholm Convention”

“Livelli di tossicità di diossine, furani e PCB in aria ambiente nel veneto”

Ingegneria dell’Ambiente Vol. 5 n. 3/2018