La Battipaglia del 1943, una terra dilaniata dai bombardamenti, polverizzata perché colpevole di trovarsi in una zona cruciale

La notte tra l’8 e il 9 settembre del 1943 la piana del Sele fu lo scenario di gran parte dello sbarco di Salerno, l’operazione “Avalanche”, la più grande operazione militare anfibia della storia, prima di quella in Normandia, avvenuta l’anno seguente. Solo il giorno precedente la notizia dell’armistizio di Cassibile aveva gettato le forze armate italiane nel caos più assoluto: il generale Ferrante Gonzaga fu tra le prime vittime tedesche dell’esercito italiano nel quartier generale di Buccoli, tra Battipaglia ed Eboli.

La piana era ritenuta apparentemente un obiettivo facile; in realtà insidioso, per la corona di colline che costituivano facile presidio di difesa estrema dall’alto. La presa dell’aeroporto di Pagliarone era però giudicata indispensabile, per poter proseguire con congruo supporto aereo verso Napoli e il suo porto.

Gli uomini del VI corpo statunitense sbarcarono sulla piana di Paestum e a nord di Agropoli; i britannici della 46.a e 56.a divisione di fanteria invece a Battipaglia, Pagliarone, Salerno; a Maiori, più su, lo sbarco dei rangers che attraverso il valico di Chiunzi avrebbero dovuto aprirsi la strada verso Napoli nel punto più settentrionale.

Battipaglia, fondamentale per la biforcazione delle due statali che ancora oggi conducono verso Sud, fu tragico epicentro di un’operazione che, chiamata “Valanga”, ebbe in realtà il tragico passo – e contropasso – lento e controverso della guerra sul terreno. I britannici, tra Pagliarone e Battipaglia, ebbero inizialmente campo più facile rispetto agli americani, che a Paestum dovettero fronteggiare il fuoco alzo zero dei tedeschi, dalle mura antiche e dalle masserie. Battipaglia, perciò, fu occupata dai Royal fuciliers dopo poche ore; tuttavia fu subito bersagliata da fuoco tedesco che costrinse i britannici alla difensiva. Il progetto di congiungersi con gli americani attraversando in poche ore il ponte sul Sele, oltre Eboli, si rivelò subito una chimera. Il letto del Sele che divideva i due tronconi delle truppe sbarcate, consentiva pericolosamente l’incunearsi dei tedeschi. Alla fine dell’11 settembre i britannici vennero addirittura cacciati da Battipaglia; Il 13 settembre anche Eboli fu perduta, tanto che Clark prese in considerazione il reimbarco.

Ma la spinta propulsiva tedesca andò esaurendosi già il 14; l’ultimo tentativo di reazione risale al 16: i nemici uscirono da Battipaglia lungo la statale 18 per ricongiungersi ad altri commilitoni ma furono sbaragliati dal fuoco alleato ormai dominante.

La notte tra il 17 e il 18 iniziò la ritirata, con l’ordine, spietato, di far “terra bruciata” di tutto quanto ci si trovasse davanti.

La città, già svuotata e spettrale per i tragici bombardamenti aerei del giugno e del luglio precedente, si presentava ora sventrata e sfigurata. Chi tornava ha raccontato di esser riuscito a ritrovare la via di casa solo grazie a pochi segni: la torre del municipio, il campanile della chiesa.

Battipaglia pagò, come altre volte, la sua collocazione cruciale; fu presa e poi perduta, poi ripresa ancora: le fotografie dell’epoca ci mostrano case sventrate, camere da letto lacerate dalle bombe, un catalogo di intimità domestica violata e offesa, di piccole storie domestiche spogliate dall’irruzione della grande storia. Eppure, come ha scritto qualche giorno fa Ubaldo Baldi (Anpi di Salerno) nel clamore militare già in quei giorni gli episodi resistenziali, ormai documentati, di “Salerno, Roccadaspide, Altavilla, Olevano sul Tusciano, Acerno, Cava, vanno letti come la trama di una piccola ma reale Resistenza salernitana”, una piccola scintilla di futuro nel corpaccione offeso, apparentemente svuotato e inerte della nostra valle.