Amarcovid

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Quello che mi resterà di questa quarantena sono le file di persone davanti ai supermercati che dicevano di avere una cugina infermiera al Cotugno, che messe tutte insieme facevano diecimila infermiere al Cotugno, e allora graziarciufolo che non c’erano posti per i pazienti.

Quello che mi resterà di questa quarantena è quando immaginavo i virologi fare i provini da opinionisti televisivi: code chilometriche dall’alba davanti agli studi, sgabello pieghevole e colazione a sacco, parecchi accompagnati dalle mamme che li incoraggiavano, “vai e fatti valere”, e i più studiavano il copione a voce alta creando un caos indicibile: “allora, per distinguermi che dico? Che sto virus è incurabile e moriremo tutti, o che si cura facile con l’acqua di Sirmione, il pistacchio nella mortadella, le mollichette di pane sparate con la cannuccia della bic?

Quello che mi resterà di questa quarantena è la programmazione televisiva notturna, novecento canali di cui se ne prendono trecento, di cui quelli che trasmettono roba normale saranno trenta, alternandosi gli altri duecentosettanta secondo il rigoroso ordine “spot buccaccio di erbe contro la disfunzione erettile / video neomelodico tumappartien-itapparteng di pregiudicato napoletano / televendita scarpa ortopedica color melma spacciata per elegante sandalo da sera a soli  € 129,99”, che alla fine i virus in fondo hanno ragione, nell’avercela con l’umanità.

Quello che mi resterà di questa quarantena è la volta che sono rimasto chiuso fuori al balcone e urlavo per farmi riaprire, e pian piano tutti nel vicolo sono usciti sui balconi e credevo anche loro urlassero per farmi riaprire, invece avevano in mano flauti e chitarre e mi chiedevano come facesse il resto della canzone.

Quello che mi resterà di questa quarantena è quella mattina che mi sono collegato in ufficio col tablet di mio figlio, e lui a scuola col mio portatile, che ci sarà stato qualche casino che alla fine ok, vero che io ho preso un quattro in matematica, ma lui s’è portato a casa un buon aumento di stipendio.

Quello che mi resterà di questa quarantena sono quelli che prima non avevano mai indossato una scarpa da ginnastica ma poi hanno sentito un bisogno inderogabile di correre, uguale allo stesso bisogno di non farlo più a quarantena finita, per cui oggi mi chiedo che famiglia assassina ci avessero, in casa, per preferire affanno e acido lattico alla preziosa staticità di un divano.

Quello che mi resterà di questa quarantena è mio padre che mi spiazza sempre, che quand’ho detto la frase “sconfiggere il virus” mi ha guardato strano spiegando che non abbiamo mai sconfitto nessun virus, ché se una cosa ti obbliga a iniettarti roba in corpo per adattarti a lei e ospitarla senza grossi danni valla pure a chiamare vittoria, va’.

E infine, non volevo, ma quello che mi resterà di questa quarantena è una fatidica risposta tranchant che era come il nero, stava bene su tutto: “Stai dimenticando le bare di Bergamo?”. Estorsione morale travestita da pietas, per tutto ciò che – pur se sempre consentito – la paura impediva di fare, convertendo la frustrazione in istigazione al senso di colpa. “Perché sei in giro? Stai dimenticando le bare di Bergamo?” “No, signora: mi dica perché è in giro lei. Io sono uno dei soldati che le deve portare”.