Gli eroi di ieri e le strade di oggi

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La toponomastica dividerà sempre, perché è terreno fertile per il benaltrismo. Un tempo campo di feroci lotte, oggi provoca scaramucce sui social. Forse perché hanno perso di valore le strade. Scomparse le lettere e le cartoline, oggi la strada è quella dicitura che leggiamo sulle nostre bollette, colpevole unico del fatto che esse puntualmente ci trovano. Come pure, è il rigo su Google Maps, che nella sua folle idea di includere tutto ignora tanti nomi, e tanto di quei nomi.

Del resto, metà dei nomi delle strade non ci parlano più, come non ci parlano più metà dei dipinti in chiesa o nei musei, o dei monumenti e delle architetture. Siamo estranei a molta parte della realtà, perché molta parte della realtà l’hanno costruita gli uomini venuti prima di noi, ignari dell’ironia del tempo che fa rimanere intatta la pietra dov’è inciso il nome, ma intanto fa morire le persone sotto che hanno elevato quel nome. Già, perché oggi che si sono smaterializzate le vie, e le vite, abbiamo dimenticato il gesto che era, intitolare una strada, con quel rettangolo di marmo dall’incisione stentorea: elevare sopra le nostre teste una persona. Porla in alto, dove non arriva la nostra banale vita. Una cosa eccezionale, e perciò riservata alle eccezioni. Eroi, soprattutto. Poi abbiamo aperto all’idea dell’eroismo quotidiano, agli eroi normali, persino alla santità, che un tempo voleva teste mozzate e pelli scuoiate, oggi basta un eroismo da tinello. Non fraintendetemi: gli eroi minimi, gli eroi di quartiere mi piacciono, li preferisco. Ne ho due o tre nel cuore. Ma come si può capire, se togli le volate transoceaniche e l’estremo sacrificio di sé contro il nemico in sovrannumero, la platea si allarga, fino a comprendere gente che è stata semplicemente sindaco o consigliere, o persino gente che non è stata niente – ma lungi da me sottovalutare l’eroismo intimo, espresso tra le mura di casa, solo ai propri parenti.

Questo per dire cosa: che le dispute sulla toponomastica non mi appassionano più, anche quando rivelano pochezza o abuso. Affidiamo un nome a Google che riporterà il nome elevato in strada alla piattezza dell’indistinto, e alla memoria fragile degli uomini, che non sanno più chi è Mazzini o Garibaldi, figurarsi Pinco Pallino. È amaro costatarlo, ma è così.
Non che non ne abbia, di nomi – per qualcuno mi sono speso ben oltre la mia naturale ritrosia, facendone un caso persino personale senza evitarmi in risposta facce strane e soprattutto senza cavarne un ragno dal buco. Ma alla fine di tutto sono nomi, non più persone e a me mancano le persone non i nomi, e pure che li pongo d’esempio agli altri, gli altri non sapranno mai che persone erano. Mi manca Carmine Battipede, non via Carmine Battipede. Mi manca Giampaolo Umilio, non via Giampaolo Umilio – per inciso, il 7 novembre di quest’anno compie dieci anni la richiesta protocollata di intitolazione di qualcosa a un ragazzo di Battipaglia che poteva restare a lavorare in Olanda nello studio di Aldo Rossi ma tornò a Battipaglia a vivere e a studiarne i vecchi casali, se mi dite in quale ufficio è la pratica porto la torta con le candeline e festeggiamo, la Commissione Toponomastica è invitata tutta.

Detto questo, potete capire la mia disperante lotta, quotidiana, tra l’idea dell’inutilità complessiva della memoria che mi pervade e l’impegno per Primo Levi, per i Marchi scomparsi e per il Ting Ting. Forse la risposta a questa contraddizione è nel fatto che le memorie per cui mi batto sono ancora utili al nostro presente, possono ancora parlare senza testimoni che spieghino. Primo Levi è tutto ancora nelle sue opere, pochi euro in libreria e lo senti ancora parlare, e dire la ferocia e la distruzione a cui si va incontro con la prevaricazione dell’uomo sull’uomo, idea viva e pericolosa in ogni tempo, non escluso il nostro. I marchi parlano ancora sfogliandoli, leggendo semplicemente nei nomi e nello stile le intenzioni che si davano, e parlano di una comunità capace di grandi cose ieri e oggi, perché non è che una bomba atomica ci ha devastati, siamo i figli e i nipoti di quelli lì, occorrerebbe solo chiedere al nostro sangue di esserne degni. E la foto del Ting Ting emoziona pure se non sai niente del cinema e del periodo, e ti emoziona senza nemmeno sapere perché – basta una fila di bambini sulla soglia del sogno che è il cinema, su quella linea tra ombra e luce, tra dentro e fuori.

Quando ero assessore alla Cultura, mi feci tirare fuori il faldone delle richieste di intitolazione. Un bel malloppo adeguatamente impolverato, che ad aprirlo offriva un viaggio nel tempo, tra foto della nonna e lettere scritte con pennino e calamaio. Per onorare tutti, e non potendo per ognuno trovare una strada, proposi di creare un Giardino della Memoria, con piantumazione di un albero e targhetta in ottone per ogni persona di quel faldone, facemmo anche un progetto esecutivo, ma poi la cosa annegò nello stagno delle buone intenzioni. Intanto, se oggi ho un rimpianto del mio periodo in amministrazione è di non aver fatto copia di quel faldone. Libero dagli impicci della burocrazia e dovendo solo ascoltare la Commissione della mia coscienza, forse negli anni avrei esercitato l’immaginazione della scrittura su donne e uomini proponenti e proposti, ugualmente scomparsi, rendendo così onore a quelle vite, immaginandole, riempiendo di me i vuoti e di loro i pieni, perché si può rallentare l’oblio anche così, come sa chiunque abbia letto la Recherche di Proust e poi abbia avuto la malaugurata idea di cercare i modelli dal vero dei suoi personaggi, misurando tutta la distanza tra la banalità della carne e la magia dell’inchiostro. Non che non potrei ancora, eh, e chissà che non lo faccia un giorno, mentre sono impegnato a immaginarmi la mia, di vita.