Quando il dolore non sa dirsi

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Penso da giorni a Claudio Mandia e c’è un dolore che non so dire. Non so prenderne misura, trovare le parole, organizzare i nodi perché si sciolgano in un discorso che consoli più che spieghi – cosa vuoi spiegare? Sarà perché conosco da una vita il padre Mauro, eravamo ragazzini nello stesso vicolo, e già allora lui balenava qualità. Non lo vedo da anni, l’ultima volta a volo, in strada, mi accennava all’azienda che aveva messo in piedi, tra orgoglio e naturalezza del successo. Mi è facile immaginare cosa dovesse rappresentare Claudio per lui: giovane splendore, in gamba, amante degli States come il padre, tutto perfetto e invece l’incubo. Non oso immaginare l’inferno che sta vivendo e non oso accostarmene anche con una semplice visita.

Forse perché a furia di provare dolore, non sappiamo più dirlo, come il pesce nel mare non sa come spiegare l’acqua. Nel lungo dolore di questa pandemia, in questo dolore ambientale abitato dai dolori privati – nella parente con la repentina perdita della madre, nell’amica alle prese con la cura domiciliare del padre morente, nel proprio dolore familiare ormai guaina dei giorni – c’è anche questo timore di non saper più dire, o è solo troppo presto: non si pensa sotto le bombe, sotto le bombe si scappa. Che poi, quanto piccolo mi appare il male domestico rispetto a quello di chi scappa dalle bombe vere, come i cittadini delle periferie del mondo, come i cittadini ucraini in questi giorni – a cui magari offrire la nostra impotente solidarietà, ma ancora meglio sarebbe far voto di sospendere ogni nostra inutile bellicosità quotidiana, a partire dal linguaggio, dalle metafore come quella da me appena usata, perché la guerra sia lasciata a chi la subisce, noi fortunati qui, che ci viene risparmiato il lutto nazionale, il lutto di comunità. Abbiamo il privilegio di poter scegliere il silenzio, quello buono, che non è quello smarrito di chi è costretto a gridare né quello imposto di chi è costretto a tacere, e lo sprechiamo con questo mormorio incessante, vago e querulo, che ci dà la finta sicurezza di aver presa sul mondo, di esserci.

Non ho ricette per il dolore personale, figurarsi per quello del mondo che sta a un metro da me. Da buon pesce, non mi riesce di parlare. Ogni tanto salgo al pelo d’acqua per immaginare un mondo altro, perché sembra di scorgere grossi pesci bianchi in cielo, forse pesci che volano, liberi dall’acqua. Ciò che al massimo mi riesce, è sedermi in silenzio davanti al mio dolore, osservarlo e provare a parlargli. Non è un amico, come vorrebbe qualche santo o qualche coach, il dolore è un ospite indesiderato, da accompagnare gentilmente alla porta – per chi ce l’ha, quella porta, mentre per chi è murato vivo, come Mauro, come l’intera famiglia, non possiamo che far arrivare attraverso il muro le nostre parole di cordoglio, una eco, un bisbiglio, affinché possano aprire un foro da cui respirare.