Solitudini lunghe un’estate

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La bruttezza di Battipaglia d’estate è implacabile. E non perché si pretendano lungomari o belvederi o porticati. Né concerti o rassegne o spettacoli. Si desidera un localino, che abbia un giardino oppure una terrazza, andrebbe bene anche una piazzetta con uno scorcio gradevole. Sarà che sono indietro con gli aggiornamenti della movida, ma ho difficoltà a trovarlo e accetto suggerimenti. Non vale giù al mare, non vale fuori in campagna, che pure va bene e ci sono situazioni che hanno del miracoloso. Parlo di città.

Sia chiaro: non mancano eroici ristoratori che attrezzano tavolini su piazze e marciapiedi, ma non è colpa loro, in estate non funziona quell’arredo che rende un locale gradevole d’inverno, quando chiusa la porta alle spalle vivi l’esperienza innanzitutto estetica offerta dal gestore. D’estate nulla può la buona volontà, all’esterno non è pensabile truccare Battipaglia – per quanto a Cinecittà s’inventavano intere città finte, con il cartone facevano miracoli.

Eppure non posso pensare che qui manchino giardini o terrazze o scorci – a partire da quelle enclavi che sono le ville comunali – e allora devo pensare che manchino imprenditori coraggiosi che non diano Battipaglia per persa, devo pensare che siamo scarsi ad amanti di cause perse, ad abbracciatori di croci, siamo scarsi a santi martiri che non guardino alle piaghe iniziali ma alla gloria futura. Niente uomini temerari, che compiano l’impresa di immaginare Battipaglia bella, scovando i posti, difendendoli, recuperandoli, creandoli, esercitando una vigilanza estetica ormai demandata al privato – e che Dio ci scampi dai suoi gusti burini – o al burocrate dell’ufficio comunale – e che Dio ci scampi dai suoi gusti burini.

Che poi nulla è classista come l’estate: chi può permetterselo va in vacanza, va fuori per lunghi periodi oppure ogni sera, resta chi è debole: gli anziani, i ragazzini, i malati, i poveri, già abituati alle solitudini – abitati dalle solitudini, oserei dire – ma quella dell’estate è tremenda e mai ci si abitua, perché lungo è il giorno e sfiancata la notte tra bollore di Lucifero e finestre aperte sulla vita ululante di giovani fessi – vi dò una notizia che vi sbalordirà: il condizionatore è ancora un lusso per molti. È per loro almeno che si sognerebbe un Ente capace di dar vita a concerti rassegne spettacoli, per tenergli compagnia, per farli arrivare all’autunno con qualche languore d’animo in meno – sacrificata allo spirito dei tempi l’idea che si possa educare, far crescere, maturare, una comunità, con lo spettacolo, roba da antichi greci.

Che poi i ragazzini alla fine un modo lo trovano. Da ragazzi si impara presto ad esercitare una gradevole miopia, uno sguardo concentrato all’amore bruciante, nel liquore delle prime attrazioni, quando un lampione meglio se fioco e una panchina con la ragazzina del cuore è il massimo che chiedi all’estate – meglio se accompagnato dal brio dell’alcool e di una musica battente nelle cuffiette – ma l’adolescenza evapora, la ragazzina la dimentichi o la sposi, e il lampione non è più un faretto sul sorriso della giovinezza ma sul broncio della maturità.

Sento già le voci di dentro: sei un sognatore, un illuso, e vuoi salvare un morto convinto che dorme soltanto, come quei bambini ritrovati affianco al cadavere della madre, incapaci di cogliere la nuova realtà a partire dal lezzo che emana. Quanta ragione a giorni alterni, in queste voci di dentro – a giorni alterni devo poi inventarmi le voci contrarie, e diventa sempre più difficile.

Eppure ho una domanda, implacabile anch’essa: quando abbiamo smesso di crederci? Quando abbiamo accettato di vivere così? Perché è evidente che ci siamo arresi in qualche punto della nostra vita, e in qualche punto della vita della nostra città. Diversi punti, sospetto, una costellazione di punti che a unirli forse apparirebbe il disegno che le giustifica, come linee di Nazca. Si potrebbe dire che la biografia della nostra città sia una successione ininterrotta di rese, stilarne una genealogia, persino. Evidenti a me, almeno, perché un giorno a settimana sale a galla la domanda inquietante, quella che procura sudore in fronte: ma fa che sono io? Non è che questa città è a misura perfetta del suo popolo, che se l’è cucito come abile sarto sulle proprie pigrizie, sul proprio impellenze, sul proprio senso estetico, moderno perché questa è la modernità, questo senso perenne di abbandono delle cose a metà, questo arrangiare, appezzottare, purché ci siano lustrini però, apparenza, appariscenza dettata dai cliché imperanti partoriti dalla tv e da un commercio celebrante il “finto marmo, il finto legno, il finto vero”. Luigi sei antico, con questo tuo gusto maturato nell’aceto del Novecento, qui siamo alle bollicine latine, alle confettate.

Alla fine le domande spinose si moltiplicano, gemmano dai lati, come un accrocchio di mammillaria, intorno alla domanda centrale: cosa ci tiene qui? La famiglia, certo. Il lavoro. Forse a guardare meglio, la paura. La pigrizia. Semplicemente la vita, va bene così. Ma qualsiasi cosa sia, meriteremmo un posto migliore, in ogni stagione – un po’ facendolo un po’ pretendendolo, certo. E allora cosa si può fare, a questo punto della notte? Cosa possiamo ancora salvare?