L’anno che varrà

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“La luce in fondo al tunnel”. Eh, sì, capirai: se il tunnel è rettilineo, la luce in fondo la vedi sempre. Pure se l’hai appena imboccato. Quello che t’è difficile vedere, in realtà, è la distanza che devi percorrere per arrivarci: puoi fartene giusto un’idea voltandoti indietro e calcolando a spanne, da prima a ora, a che punto del percorso sei. Ma un’idea, eh: nessuna certezza, dato preciso, sacralità evangelica. 

Il realismo, insomma. Quella roba, piazzata al centro esatto tra negazionismo e catastrofismo, che di questi tempi dovrebbe costituire la regola, e non l’eccezione. Che se ci avessero detto che quel 19 piazzato dopo “Covid”, per dire, non era l’anno di scoperta del virus, ma il numero medio di virologi che ogni giorno si sarebbero scornati in televisione, ci saremmo preparati meglio. 

Dice: dodici mesi di pandemia in Italia e ancora non è cambiato nienteSarà, ma io due conti me li faccio. Nella primavera dell’anno scorso si arrivava a una media di cinquemila positivi al giorno, per dire, ma il tampone si faceva solo a chi aveva sintomi. E l’evidenza statistica, frattanto, ci ha insegnato che i sintomatici sono la punta striminzita – un decimo, più o meno – d’un iceberg di positivi il cui 90% resta sommerso. Con lo stesso sistema di tracciamento attuale, insomma, a marzo-aprile del 2020 sarebbero verosimilmente spuntati cinquantamila contagiati al giorno, che per dieci mesi sono mezzo milione, che moltiplicando ancora per altre percentuali ipotetiche viene fuori che sono il doppio della popolazione italiana e francese messa insieme e che quindi quello di oggi non è più il virus originario ma una replica in seconda serata dei Bellissimi di Retequattro. 

No, serio. Oggi l’allerta sulle probabilità di saturazione delle terapie intensive scatta quand’arrivano a circa a un terzo dei posti disponibili; l’altr’anno venivano proclamate piene solo quando s’era dato fondo pure alle brandine da campeggio e ai materassini gonfiabili precettati dalle case al mare d’infermieri e primari. Che s’era addirittura dovuto trovare il modo d’attaccare tre o quattro pazienti a un solo respiratore: tecnica mutuata direttamente dal rito “una gassosa e tre cannucce” di noi ragazzini spiantati allo spaccio dell’oratorio. 

Amuchina e mascherine, poi: e grazie, oggi sono nel cestone delle offerte della Lidl, ma allora chi le trovava? Al massimo girava qualcosa su Amazon riservato a quelli con la Visa Oro e la garanzia d’un deposito cauzionale in bitcoin; per il resto ci si ingegnava con i tutorial su Youtube che mostravano come convertire coppe di reggiseni e pannoloni da neonato (meglio se usati perché con più anticorpi). Tipo, per dire, che con quel minimo di manualità in più trasformavi pure una peretta per clisteri in un’efficientissima FFP2. 

E ricordiamocelo, peraltro, che oggi c’è il vaccino, mentre l’anno scorso si prevedeva che non sarebbe arrivato prima d’un paio d’anni. E che quel vaccino, soprattutto, ha permesso a noi campani che De Luca – camuffandosi da ostetrica e prendendo prima un paio di parti, per essere più credibile – saltasse la fila e riuscisse inocularselo tra i primi in assoluto. Roba che l’ha addolcito non poco, facendogli perdere parte di quell’aria perennemente irosa e contrita, tipica di chi s’è fatto un sondino gastrico il mese prima ma hanno dimenticato di sfilargli il tubo. 

Arrivando, lui, addirittura a farci concessioni impensabili, tipo poterci accoppiare col coniuge senza mascherina. A patto, però, d’inviargli la diretta video per controllare l’assenza di assembramenti.