(Non) ho visto Maradona

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Le giornate passano lente; ho scoperto che in questo lockdown alcune cose sono permesse, come quella di passeggiare nel parco, che per me non è poco, per il mio fisico, per la mia testa. Anche i controlli sono più blandi rispetto alla prima ondata. Certo, è quasi tutto chiuso, se vuoi giocare a tennis o comprare un pantalone: non puoi. Dopo i miei cinque chilometri giornalieri oltre che scrivere e leggere non resta molto altro da fare. Così capita che mi addormento senza volerlo davvero, ché forse è meglio dormire, sopire, crepare. Come oggi. Al mio risveglio si era appena fatto buio.

Le cinque del pomeriggio: è morto Diego Armando Maradona, a conferma che questo è davvero un anno di merda. Stento a crederci, ma la notizia è confermata. Ci pensavo da un mese, quando Diego ha compiuto sessant’anni, me lo sono chiesto: chissà come sarà quando morirà Maradona. Mica porto sfiga, no, è una cosa che mi chiedo spesso con tutti, con le persone a cui tengo molto, più anziane di me, e a volte persino con personaggi dello spettacolo. Come sarà quando morirà Celentano? Devo ancora riprendermi dalla morte di Mike Bongiorno, che ha fatto parte di tutta la mia vita, almeno di quella trascorsa a vedere telequiz, quindi nemmeno tantissima… ma Maradona.

Maradona è un’altra storia e credo davvero che senza di lui, vera e propria icona dello sport e non solo, molti aspetti della società degli ultimi quarant’anni non sarebbero così come li conosciamo oggi. A costo di fare della retorica spicciola, ma Maradona ci ha fatto veramente sognare, soprattutto a noi napoletani. A me poi faceva sognare letteralmente, nel senso che se Marzullo me lo chiedesse (a proposito, come sarà quando morirà Marzullo? rabbrividisco all’idea…), sì, se mi chiedesse di raccontargli un mio sogno ricorrente, be’ sarebbe questo: per anni, anzi decenni, ho sognato il ritorno di Maradona al Napoli, ma non come allenatore, no, come giocatore.

Ovviamente non ricordo benissimo se in quei sogni si facesse riferimento alla sua età dato che, a parte pochissimi casi, già è difficile che un calciatore arrivi a giocare fino ai quaranta, figuriamoci oltre… ma i sogni sono belli per questo, e le mie lacrime sono uscite copiose, per almeno due giorni, perché un pezzo della nostra vita è andato via. Una volta ricordo di avere pure provato a vederlo, era il 23 agosto del 1990 e il Taranto (città in cui vivevo) ospitava il Napoli per una amichevole pre-campionato. Così, senza pensarci un attimo, prendo il bus e parto alla volta dello stadio “Jacovone” completamente solo (come la maggior parte delle cose che avrei fatto negli anni a venire, dal cinema ai concerti, dalle giornate al mare ai viaggi all’estero, perché alcune cose vanno fatte a prescindere, come si dice: chi c’è c’è).

Il mio entusiasmo è alle stelle e ci rimango non poco male quando, ormai posizionato in curva nord, osservo l’ingresso in campo delle squadre avversarie e capisco che Diego non c’è, nemmeno in panchina. Non avevo comprato alcun giornale, non sapevo nulla, davo per scontato che nel Napoli di Maradona giocasse Maradona. Avevo quattordici anni. Al suo posto un giovane sardo il cui fisico e lo stile un po’ lo ricordavano: Gianfranco Zola, ma decisamente non è e non può essere la stessa cosa, ‘na cosa grande come Diego, e infatti accade che il Napoli campione d’Italia, privato pure degli altri due stranieri (Careca e Alemão), perde 1-0 contro una neopromossa in B. Tornando a noi, se ogni tanto mi chiedo come sarà senza Tizio e senza Caio, una volta morti, è per arrivarci preparato, mica per altro, che a nessuno piace soffrire, piangere i morti, almeno non troppo a lungo, il tempo di attuare il distacco, che prima o poi viene a tutti, come è normale che sia, bisogna pur continuare a sopravvivere.

Ma la memoria resta e i ricordi legati alla figura di Diego sono tanti e nemmeno tutti positivi, perché meno di due mesi prima di quel Taranto-Napoli, il 3 luglio 1990, l’Argentina di Maradona ci eliminò dal mondiale, quello delle notti magiche di cui ancora conservo il 45 giri, quello disputato in Italia e vinto dalla Germania Ovest che di lì a poco si sarebbe riunificata con la cugina dell’Est. Quella volta ci sono rimasto male perché se non fosse stato per Zenga e per la sua uscita alla ricerca di farfalle, quel mondiale l’avrebbe vinto l’Italia. Fortuna che poi, per dirla con Savastano, ci siamo ripresi tutto quello che era nostro, andando a vincerlo in Germania nel 2006, ma questa è un’altra storia…