Disilluminismo

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Nelle strade centrali di Battipaglia gli ultimi lampioni li cambiammo nell’89. Trent’anni fa, quand’ancora esistevano la DC, i mangianastri, la guerra fredda, il superbollo. Quando Grillo faceva il comico e Berlusconi l’imprenditore, esistevano ancora le mezze stagioni e i neri avevano il ballo nel sangue a casa loro.

E niente: tra acclamazioni, tripudio e visioni mistiche, in pochissimi giorni sostituimmo decine di vecchi pisciaturi volanti (stitiche lampade centrali appese a un cavo elettrico perpendicolare da palazzo a palazzo) col modello tripalle di adesso, all’epoca stilisticamente all’avanguardia pur se oggi apparirebbero demodé anche ai bamboccioni kitsch dei salotti capresi di “Totò a colori”. L’avvertenza – e la promessa – erano che per mantenere efficace cotanta baldanza estetica avremmo dovuto manutenerli periodicamente, quegli innesti futuristici lì; la realtà è che da allora a oggi s’è lasciato che si adombrassero gradualmente e inesorabilmente tra lampade fulminate, vetri anneriti, multistrati di polvere interna.

Naturalmente il fatto è stato diffusamente attribuito a incuria, superficialità, trasandatezza, sbadataggine dei governanti. Nessuno l’avrebbe mai pensato, che invece la cosa è stata sempre perfettamente voluta: la tecnica del chiodo schiaccia chiodo, del dolore che travalica il fastidio, del pesce grosso che mangia il piccolo. Ci si arriva facile con una metafora: al mare, al buio – metti ti buschi anche un baffo di luna, un cielo stellato, una risacca in sottofondo – è tutto bello. Non vedi il catrame nella sabbia, i rifiuti in spiaggia, le chiazze schiumose d’acqua sporca. Voglio dire: e ok, vero che con la morosa ci si apparta di notte principalmente per evitare fastidi penali da pubblica indecenza; ma parecchio, diciamocelo, è pure perché senza luce il rischio d’abbrutire il romanticismo con visuali su monnezza e fallogrammi cala parecchio. Prossimo allo zero, dicono.

Vattelo a immaginare, insomma, che i magister del Comune fossero capaci di simili e sottilissime strategie. Una costante penombra studiata ad arte, vedo non vedo, inciampo non inciampo, sbraito non sbraito; una serie strategica di lampioni sporchi o fulminati e puf: via dalla vista i cestini divelti, i muri imbrattati, le strade sventrate. Diventa tutto un omogeneo paesaggio lunare in bianco e nero: squallido e poetico, in uno, come le immagini di repertorio sugli sbuffi polverosi dei piedi di Armstrong. Meglio, poi, se corredato dall’effetto nebbia dell’afa d’estate, o dei fumi del sansificio d’inverno, o delle esalazioni dei siti di compostaggio un po’ sempre.

Insomma: da Transilvania a TransilPiana, quaggiù, è davvero un attimo. E un novello Kubrick, fidatevi, saprebbe approfittarne.