Garibaldi, Levi e… Battipaglia

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Libri e film ci fanno sempre immaginare la Storia mentre passa lungo le grandi arterie delle Nazioni, sosta nelle ampie piazze, negli alti palazzi, lì dove i potenti decidono le sorti a giganteschi tavoli. Adunate oceaniche, marce chilometriche, che poi a fare la Storia bastano due aerei che si schiantano nei grattacieli. Se passa per i piccoli luoghi, la Storia, è per lasciare qualche sparuto onore, perlopiù abbondante dolore. Si può dire che la subiscano, i piccoli luoghi, mentre sono intenti ad altro, ai raccolti, agli ovili, ai parti delle giovani e alle agonie dei vecchi.

Una manciata di nomi, ad esempio. Cos’era Waterloo prima di Napoleone? E davvero gliene fregava qualcosa di diventare Waterloo, a Waterloo? E Yalta? Hiroshima e Nagasaki volentieri avrebbero rinunciato al terribile privilegio. E pure Auschwitz mi sa – nome che sempre evocherà morte e vergogna. A proposito di nazisti, prendete l’elenco dei loro eccidi in Italia: è tutto un florilegio di paesini e frazioni di paesini. I guerrieri iperborei del Reich millenario erano finiti a mettere al muro vecchie col maccaturo e bambini con i calzini calati – spero siate tutti all’inferno, marionette crudeli e ridicole.

Metti Battipaglia: la Storia l’ha chiamata alle rovine e ai lutti dei bombardamenti alleati, le ha lasciato l’onore di una medaglia al Valor Civile ed è andata via – onore che non le vale manco un’aria più o meno normale, le emissioni odorose, le chiamò una volta il sergente che si crede generale – ma sto divagando. A volte la Storia l’ha attraversata senza lasciare traccia. Pare infatti che Garibaldi, risalendo da Sud, sia passato per Battipaglia, visitando il cantiere delle Comprese – l’ultimo progetto edilizio decente in città, ma sto divagando di nuovo. Non ci è dato sapere cosa abbia detto il Generale, si sospetta nulla di memorabile, nulla almeno che potesse finire in una targa di marmo su di un palazzo.

Saremmo stati anche noi nell’affollato circuito di posti in cui l’Eroe dei Due Mondi, forte di quel potere di bilocazione che la fama conferisce, avrebbe dormito mangiato dichiarato, perlopiù piccoli luoghi, affamati come sono i potenti dei paesini – così simili ai potenti delle capitali – delle briciole che cadono dal tavolo della Storia, invece di fare barricate agli imbocchi del paese e dire ai Garibaldi, ai Mussolini, ai Churchill, ai Kennedy, ai Putin, ai Trump: passate altrove, portate lontano la vostra peste, che noi qui si aspetta la pioggia nei campi, non l’ardore della Patria. Ma forse a volte per reggere i grandi dolori occorrono i piccoli onori – per esempio le medaglie di guerra, solo che dai vestiti buoni della domenica ai mercatini delle pulci è un attimo.

Poi c’è la storia sconosciuta, piccola, piccolissima, che si infila a mo’ di pagliuzza nei risvolti dei pantaloni della Storia. Per esempio Battipaglia e Primo Levi. Lo scrittore accenna in un’intervista, pubblicata in un libro a cura di Ferdinando Camon: “Io sono stato preso con carte false, vistosamente false: tra l’altro risultavo nato a Battipaglia, e il milite che mi ha preso e schiaffeggiato era di Battipaglia e questo mi ha subito messo in una posizione difficile“. Nulla si sa di più, nessuno è stato capace di tirar via di lì quelle poche righe e dare ad esse la dignità di uno studio. Tuttavia poche righe che bastano ad accendere una storia magnifica, di quei film che incrociano cammini, legano destini tramite coincidenze, che quando ti alzi dalla poltrona continui a chiederti: e se chi ha arrestato Primo Levi non fosse stato di Battipaglia? I suoi documenti falsi avrebbero retto? E se fosse stato di Battipaglia il milite ma non il signor Ferrero, il falso uomo della carta d’identità? Che poi, chi era quel battipagliese che lo catturò? Ne ha avuto consapevolezza, poi? Ne ha tramandato racconto o l’ha nascosto a sé e agli altri, magari per paura o vergogna?

Che se ci pensi, può essere stata solo la forza del destino: impossessatosi del falsario del documento, ha fatto corrispondere al cognome molto piemontese di Ferrero una nascita a Battipaglia – mille chilometri dall’altra parte dello Stivale. Perché non c’è altra spiegazione. Nessuno coi sensi potrebbe immaginare un Ferrero di Battipaglia. È stupido, è maledettamente stupido. Non lo è più se però la roulette di una scelta a caso, in due minuti, secondo una suggestione di un falsario che chissà come conosce Battipaglia, sta già facendo correre la pallina verso la casella del villaggio di Amay, in Val d’Aosta, dove l’attende un battipagliese in servizio a mille chilometri dall’altra parte dello Stivale.

In quell’incontro, Battipaglia gioca entrambe le parti, quella della vittima e quella del carnefice, dove la vittima è falsa e il carnefice vero. Che la vittima diventi un gigante eterno della letteratura e il carnefice venga risucchiato dall’oblio già sembra giusto risarcimento, adeguato ristabilimento del karma, del resto in una bomba non è l’innesco che esplode e Primo Levi sarebbe stato comunque arrestato e calato nell’orrore di Auschwitz, da cui tornare col fagotto luminoso della sua testimonianza. E tuttavia anche solo l’eleganza delle forme vorrebbe sanata quell’asimmetria, perciò da anni chiedo venga conferita la cittadinanza onoraria di Battipaglia a Primo Levi. Perché a distanza di settantasette anni, diventi vera anche la vittima. Primo Levi era di Battipaglia per destino, lo diventi anche d’anagrafe, già solo per ringraziare la Storia dell’onore che ci ha fatto di far inciampare su di noi uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Che poi gli arrivi la carezza di tutti da dove gli vennero gli schiaffi di uno, mi sembra una straordinaria occasione per Battipaglia di mostrare la solidarietà senza tempo tra feriti, per onorare le cicatrici che porta appese al gonfalone.