Smoke on the water

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Dice che è cosa non buona e ingiusta, che io non abbia ancora scritto niente sul The Trash After, la monnezza – in fumo – del giorno dopo. Si va dalle accuse di apparentamento coi furbetti del sacchettino all’ipotesi di privazione della cittadinanza per demerito giornalistico. Con tanto di riconsegna di pistola e distintivo.

La realtà è che – lo confesso – allo stato attuale risulto essere l’unico ignorante in materia tra decine di migliaia di consulenti ambientali, oncologi ed esperti di diritto amministrativo. Se vi guardate intorno mi riconoscete facile: sono quello che aspetta il caffè al bancone mentre il barman e il barbiere commentano con veemenza l’art. tot bis paragrafo ter della legge Quellalà; l’ultimo della coda in salumeria tra massaie che tra un occhio alla bilancia e una mano tra gli scaffali discutono di competenze di Enti locali, di delibere da rispettare e ordinanze da annullare.

Io stento finanche a iniziarlo, un discorso, quando percepisco d’aver a che fare con gente che sa esattamente come ci si sarebbe dovuti comportare, quali azioni fare, quale codicillo invocare. M’arrangio, quello sì, a essere un cittadino imbufalito e preoccupato il giusto per svariate tonnellate di monnezza gassosa a zonzo per il cielo; ma è tutt’altra cosa il salto di qualità fino a profeta del “te l’avevo detto”, a voyeur di cantieri politici nelle ore di svago, a giurista da Bignami sottolineato e nascosto nella cartucciera per il compito d’italiano. Mi si chiede obiettivamente troppo.

Totale: rassegniamoci, una qualunque mia riflessione non potrà mai essere nel merito, per manifesta incompetenza in materia. Non ho mezzi per sconfessare le giustificazioni della sindaca o la versione politically paramazz di De Luca, né per avallare o smentire le tesi diametralmente opposte. Né, allo stesso modo, posso argomentare nel metodo, che è anche peggio: lì devi essere preparato, magari titolato, sicuramente aggiornato.

Io sono un tizio del popolo, punto. E da non addetto ai lavori non so se e quanto siano o non siano fondate le accuse di inadeguatezza (se non peggio) mosse in queste ore a Cecilia Francese. Per contro, però, viene drammaticamente fuori che anche stavolta dall’acclamazione all’ingresso in Gerusalemme al furioso “liberate Barabba” non c’è voluto poi molto. Col corredo di svariati Simon Pietro – migliaia – che prima che il gallo cantasse hanno negato (e più di tre volte) d’essere mai stati tra coloro che s’assiepavano sotto i palchi a urlare quel ridondante “noi siamo di più” in tempi di comizi elettorali (m’era sovvenuto anche l’altro motto “C’è Cilia”, poi ho ricordato che apparteneva alle amministrative precedenti e mi scoccia d’essere tacciato pure d’anacronismo politico).

Comunque: disgraziatamente facile, adesso, dire cospargiti il capo e leva mano. A lei, ad Acunzo (che, poraccio, per come Battipaglia è notevolmente più complessa di un pacchetto preconfezionato di chiacchiere si troverà sempre nel Parlamento giusto al momento sbagliato). Io li ho visti, i loro comizi, e sono certo non abbiano mai imbeccato alcun piffero per incantare nessuno. Né viaggiavano di palco in palco in compagnia di ipnotizzatori, illusionisti, gangster in incognito tra la folla che estorcevano voti puntando mitra alle spalle.

Per questo, alla fine, mi sento colpevole di quel rogo esattamente come quelli che vado a contestare. Proprio perché non sono nessuno, non ho capacità decisionali e posso solo subire (e mai provocare) le conseguenze delle scelte altrui. Perché sono un semplice elettore: uno che, per limiti di tempo o di capacità, si avvale del diritto di delegare ad altri la gestione della sua ideale porzione di cosa pubblica. Conscio però che di questa delega, dalle elezioni in poi, ne avrò qualcosa che va oltre la responsabilità: la più completa, totale, assoluta paternità.