Zi’ Rocc’, storia di una resistenza

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Nel ‘mare magnum’ delle pizze “gourmet, ormai moda prorompente nella ristorazione, c’è chi, indirettamente, pratica una sorta di resistenza. Rocco, anzi Zi’ Rocc’.

Ah, la pizza. Non c’è alimento più buono e importante al mondo. È stata una gioia in questi anni vedere nuove aperture di pizzerie che hanno iniziato a fare la pizza come “Dio comanda”, quella buona, digeribile, col lievito madre, con gli ingredienti dop e dei presidi Slow Food.

Però è come se ad un certo punto gli sia scappata la mano ai pizzaioli e hanno iniziato a proporre le ‘gourmet’ con sopra la conserva da pomodori biologici, il pomodorino del piennolo, il datterino giallo, la mortadella bolognese igp, la burrata di Andria, il prosciutto di San Daniele stagionato 100 mesi, il sale rosa dell’Himalaya, i capperi di Pantelleria ovviamente raccolti uno a uno da ottuagenarie col fazzoletto nero in testa, la salsiccia di Castelpoto, la cipolla ramata di Montoro, addirittura il tarallo sbriciolato di sugna.

E le discussioni sulla lievitazione, 36 ore, 48 ore, 72 ore fino addirittura a sei giorni, poi il settimo giorno il pizzaiolo riposò. Quasi da far rimpiangere i tempi in cui si andava in pizzeria e basta, una volta alla settimana, con l’appuntamento con gli amici o la famiglia al solito indirizzo, senza lunghe attese snervanti all’ingresso con la chiamata ad entrare tramite megafono. E quella pizza pure sembrava buonissima e forse lo era.

È che mangiare una pizza è diventata più una sfida per il posizionamento sociale poiché è sempre più costosa. I prezzi di una margherita ‘gourmet’ partono dai nove euro e certamente sono molto buone, ci mancherebbe che non lo fossero, però con la conseguenza che la spesa per una serata in pizzeria è aumentata vertiginosamente. Siamo sempre più poveri ma almeno sappiamo cosa vuol dire “del piennolo”.

C’è però un uomo a Battipaglia che fa un’eroica resistenza. Quell’uomo è Rocco, anzi Zi’ Rocc’. Gestisce, da qualche decennio, una pizzeria (prevalentemente al taglio) ma senza farlo pesare con quegli inutili cartelli che si mettono all’ingresso e che recitano “la tradizione dal 1955”. No. Lui non è un uomo da appuntarsi un gagliardetto sul petto. È uno di quelli che, nel silenzio generale, ha sempre fatto da mangiare con il senso del dovere di un pio professionista che sfama tutti. Nessun glamour accanto a quelle teglie consumate, nessuna celebrazione per quelle schiacciatine o per quelle pizzette a libretto che puoi mangiare come dice lui lisce o con ripieno di crocché, lui non è uomo che sforna teglie per mostrarle al mondo.

Perché Rocco, anzi Zi’ Rocc’, è nato qualche decade fa e il cibo per lui non è mai stato un’esperienza sufficientemente straordinaria da valere la diffusione. In confronto ai nuovi pizzaioli, che descrivono le loro pizze come se stessero predicando in una specie di delirio mistico che conduce al concetto di “pizza per il pensiero”, Rocco, anzi Zi’ Rocc’, sa che il cibo è necessario solo per la sopravvivenza e non un ‘tema’ da trattare con enfasi ridondante come se fosse un’esperienza emotiva.

E lo fa con quel sorriso bonario di chi ha visto passare al di là di quel piccolo bancone tutta un’umanità leggermente claudicante, fatta di gente semplice, gente perbene, alcolizzati, uomini senza morale, tossici, e che da lui con pochi spiccioli si è sfamata, gente che non giudica mai perché sa cosa significa il vizio e la caduta, e alla richiesta del conto lui da sempre ha utilizzato ed utilizza la stessa battuta, “sono 5 milioni” quando sono 5 euro poiché quasi c’è da imbarazzarsi a chiedere così poco per quel tanto che si è mangiato.

Ecco Rocco, anzi Zì Rocc’, ha negli occhi la malinconia di chi ne ha vista tanta di umanità e sembra quasi un personaggio di un film di Wes Anderson, uno di quelli che avrebbe tantissime cose da dire ma per pudore sceglie di non parlare. Probabile dietro il suo sguardo malinconico si celi l’amore per un rimpianto. Ma anche questo non te lo fa pesare. E sorride bonario. Alla sua clientela. Affezionata.