Quando me ne andai da qui

0
2110
Tempo di lettura: 2 minuti

 

Negli anni ’20 io me ne andai da Battipaglia, come i ragazzi che vanno in Germania, Svizzera, Spagna, Inghilterra.
Me ne andai, nauseato, stanco da questa Battipaglia del dopo evacuazione.
Mi trovavo di fronte a questa situazione, andai via da questa Battipaglia, anni ’20.
E me ne andavo da quella Battipaglia addormentata, da quella Battipaglia “puttanona, popolana, borghese, fascistoide”.
Quella Battipaglia del “volemose bene e annamo avanti”, quella Battipaglia delle discariche, degli impianti di trattamento dei rifiuti, delle sale slot, delle strade divelte, del “non siamo noi i responsabili”.
Quella Battipaglia dello Stir, dell’impianto che deve trattare una tonnellata e ne tratta cento. Quella Battipaglia dove nessuno controlla.
Quella Battipaglia dei bocconcini e delle mozzarelle, delle pizzette, dei dolcini, delle sfogliatelle con la panna, senza panna, degli aperitivi senza stuzzichini.
Me ne andavo da quella Battipaglia, dei casini, dei Casoni (Doria), delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati.
Quella Battipaglia dei funzionari, degli assessori che nessuno conosce, degli impiegati, dei bancari, degli avvocati (ma quanti ne sono), dei fornai, dei sindaci arrestati o che non terminano il mandato.
Quella Battipaglia dove il lavoro è precario, dove non ti pagano, dove devi ringraziare santi e madonne per un servizio sociale affidato.
Me ne andavo da quella Battipaglia della piazza coi sampietrini divelti, dei marciapiedi con sopra le auto, delle fontanelle, dell’erba alta nella villa comunale, del sottopasso che si allaga.
Quella Battipaglia della rotatoria, della sopraelevata, delle fabbriche dismesse fuori le mura, dentro le mura. Quella Battipaglia dismessa, come qualcosa che non serve più.
Quella Battipaglia dei vecchi, dei preti, dei gatti.
Me ne andavo da quella Battipaglia con gli attici con la vista sui tetti pieni di parabole, da quella Battipaglia con gli edifici diroccati.
La Battipaglia di Piazza Madonnina con i mozzoni di albero, di Via Mazzini semibuia, di Via Roma trafficata, quella dei Baratta e quella dei Santese, quella piena di giorno, vuota di notte, la Battipaglia del teatro sociale sempre vuoto, la Battipaglia che vota la Lega.
Me ne andavo da quella Battipaglia che non ci invidia nessuno, la Battipaglia del parcheggio sempre occupato, dei tossici, delle rotatorie senza senso.
Quella Battipaglia del sole, del mare, che è inaccessibile in inverno perché recintato, quella Battipaglia che è meglio di Eboli (mah).
Me ne andavo da quella Battipaglia dove la gente orinava per le strade, quella Battipaglia fetente, impiegatizia, dei carrozzieri in centro, della ztl prima aperta poi chiusa poi riaperta e poi richiusa.
Quella Battipaglia dove non c’è lavoro, non c’è ‘na lira, quella Battipaglia de core, che fa festa un giorno all’anno e poi via a chiudere i locali, che la gente tiene il sonno leggero.
Me ne andavo da quella Battipaglia della Cassa rurale Artigiana, della banca tedesca a Piazza della Repubblica, dello scempio di Piazza Aldo Moro, del Castelluccio diventato la Sonrisa, quella Battipaglia del “che tieni ‘na sigaretta?”, “e prestami un euro”.
Quella Battipaglia del cinema abbandonato, con la monnezza dentro, della scuola De Amicis da sventrare, quella Battipaglia dello stadio mai completato ma sempre vuoto, quella Battipaglia della chiesa della Speranza, quella Battipaglia senza Speranza.
Me ne andavo da quella Battipaglia della puzza, di sanza e di monnezza!
Me ne andavo da quella Battipaglia dimmerda!

Remo Remotti rivisitato eccezionalmente per Battipaglia.