Noi italiani siamo brava gente

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È da anni che abbiamo costruito per noi questa splendida narrazione, in cui anche durante la cruenta carneficina della seconda guerra mondiale i soldati italiani si comportarono correttamente, non compirono eccidi, furono sempre pronti ad aiutare le popolazioni invase.

Nemmeno in questo periodo cosi buio della nostra storia recente, ovvero durante i 20 anni di fascismo, abbiamo abbandonato l’idea di possedere quella pacatezza e quella bontà cristiana per il prossimo che nella narrazione costruita ci ha sempre contraddistinto.
Come se il Fascismo, prodromo del nazionalsocialismo, non abbia scalfito la nostra naturale ed ontologica bontà.

Invece siamo un popolo che, per faciloneria e per furbizia, non ha mai fatto i conti con il proprio passato e che è stato molto indulgente a perdonarsi, anche le malefatte più gravi, come la promulgazione delle leggi razziali ed il rastrellamento degli italiani ebrei. Leggi razziali e rastrellamento che vennero preceduti da una massiccia propaganda antiebraica, così convincente che venne naturale agli italiani considerare gli ebrei colpevoli della situazione economica e sociale in cui vivevano.

Giuseppe Faso, un insegnante pugliese, ha scritto un libro intitolato “Il lessico del razzismo democratico”, per far capire come occorre prendere coscienza del fatto che il linguaggio non è neutro, che le parole sono importanti, che il lessico consente di costruire il mondo secondo determinati ordini di senso e anche di limiti non travalicabili.

Ed il linguaggio purtroppo, da almeno 5 anni, viene utilizzato per alimentare la propaganda xenofoba al fine di aumentare il consenso elettorale della Lega, partito che ha fatto della xenofobia il suo principale elemento fondativo.

Perciò oramai non sorprende nemmeno più che un convegno scientifico, che si terrà a Eboli per il 12 Aprile abbia il seguente titolo: “Gli stranieri sono pericolosi per la nostra salute?”. Che è un esempio calzante di come dietro il linguaggio possa nascondersi la peggiore forma di xenofobia. Quella che penetra nel linguaggio e negli atteggiamenti quotidiani (di contro dello stereotipo del buon italiano antirazzista), e che esprime un razzismo inconsapevole, coperto magari da buone intenzioni ma di fatto espressione della peggiore forma di ignoranza.

Pertanto si invitano gli amministratori che hanno dato disponibilità del Complesso Monumentale di San Francesco all’organizzazione di questo evento a prendere le distanze con severità da chi vuole, in modo infingardo, affibbiare uno stigma così squalificante e pregno di sospetti tipici della xenofobia più becera agli stranieri che arrivano in Italia.

L’unica malattia con cui ci possono e devono contagiare gli stranieri è quella dell’amore. Per gli altri esseri umani.